‘Come mai un originalissimo compositore come Giuseppe Bonamici, vissuto tra il 1936 e il 1978, non gode di considerazione adeguata? Si dovrebbe farne un culto. I suoi Tre Movimenti sono stati interpretati, anzi amati, dalla straordinaria pianista Baldaccini. Che ha una sonorità lucida, mai retorica, e una corporeità forte nel dar luce al puntillismo di Bonamici. Autore consapevole del messaggio weberiano ma proiettato in regioni sonore di discorsività distesa’.
Mario Gamba, il manifesto, dalla recensione del Festival di musica contemporanea di Area Sismica, 4 dicembre 2018

Una scelta coraggiosa, in netta controtendenza, che regala sorprese e svela pagine pianistiche di grande interesse, dove emerge la ricchezza della ricerca di quegli anni decisivi dove la musica si interrogava su nuovi percorsi. La Baldaccini dimostra di trovarsi a proprio agio con repertori alquanto complessi. I diversi ambienti sonori, i fortissimi, i quasi silenzi, vengono affrontati con profondità, in una introspezione che ne rileva sfumature, radicalità e poetiche.
Paolo Carradori, il giornale della musica, 17 aprile 2018

‘Intorno a Firenze nel secondo ‘900’ va salutato come una delle registrazioni più interessanti degli ultimi tempi’
Gregorio Moppi, per La Repubblica, 9 aprile 2018

‘Una lettura pianistica elegante e non soggetta a indirizzi di tendenza, ispirata da un forte senso poetico’
Luca Zaramella, Radio Classica, 15 febbraio 2018

Il suono della Baldaccini si manifesta intenso e comunicativo, sempre frutto di uno scavo interiore, con una sua interna tensione, una sua pulsazione che viene riportata alla superficie e all’ascolto con prospettive nuove e timbricamente interessanti’
Arduino Gottardo, per la rivista Reality, dicembre 2017

Una sensibile rivalutazione dei compositori toscani del novecento

di Renzo Cresti

L’uscita di un cd dedicato alla musica del secondo Novecento toscano è cosa rara e preziosissima, inconsueta perché il mercato non è attratto che dalla musica del repertorio, non certo dalla piccola nicchia di autori pressoché sconosciuti, non importa se questi musicisti siano o meno di grande valore; ma proprio per questo l’uscita è apprezzata perché copre un vuoto culturale e musicale, l’esigenza di conoscere musiche e compositori che hanno fatto non solo la storia recente della musica in Toscana ma anche quella di livello nazionale. Se poi mettiamo che questa operazione viene fatta da una giovane pianista il valore aumenta, vuol dire che non tutti i giovani seguono l’andazzo dell’omologazione culturale, speranza per il futuro.

 

In questa interpretazione la Baldaccini ha abbracciato il suono, si è lasciata guidare dalle vibrazioni che non sono solo musicali ma anche interiori; è un processo di scavo che si raggiunge solo con un atto d’amore ossia l’avvicinarsi in maniera ossequiosa allo spartito, rispettandone tutti i tratti segnati, per poi interiorizzare la musica e sentirsi liberi di abitarla, di dimorare nelle sue più segrete verità. L’interpretazione dei brani di Bonamici, di Giani Luporini e di Zangelmi sono una struggente dimostrazione di quanto la Baldaccini abbia soggiornato nella casa dei suoni, nel loro mondo, prima di sedersi al pianoforte e restituirci i commoventi tremiti sonori. Più legata a un’idea formale, giustamente, l’esecuzione del lavoro di Prosperi, ma con un tocco di originalità che rende assai vivi i profili formali di un brano para-classico ma vibrante.

La Baldaccini sta svolgendo da tempo un progetto assolutamente innovativo che riguarda la ricostruzione dei capisaldi della musica pianistica toscana, come in questo cd, che comprende autori nati negli anni Venti e Trenta, si comincia con Carlo Prosperi (Firenze 1921-1989) che è stato non solo un grande compositore ma anche un importante didatta, insegnante di composizione presso il Conservatorio di Firenze; la sua musica ha offerto, nella fluttuante storia e geografia della musica del secondo dopoguerra, un esempio di coerenza e di probità artistica, espressa con uno stile personale, pluri-seriale di straordinaria fantasia timbrica.

La Sonatina profana è la prima composizione nel catalogo di Prosperi, scritta nel 1943, durante il periodo di studio, l’autore ne dette l’autorizzazione all’esecuzione solo dopo una revisione avvenuta nel 1968; l’aggettivo ‘profano’ si riferisce all’umore canzonatorio del brano, un’ironia rivolta verso la forma-sonata accademica. Il brano è suddiviso in tre movimenti, In modo andaluso, Arietta e Gran finale: il primo si articola seguendo la forma e lo spirito del rondò, con gusto spagnoleggiante; la scrittura è agile, limpida, lineare, come anche nell’Arietta di felice ispirazione; il Gran finale si articola in forma bi-tematica e si basa su una poli-armonia; la tecnica pianistica è debitrice del pianismo di Prokof’ev.
Intervalli risale esattamente a 10 anni dopo (1953) e nasce dall’idea di alternare brevissimi frammenti sonori al silenzio che, fra un frammento e l’altro, è rigorosamente misurato; le particelle sono nove e portano dei titoli espliciti delle modalità con cui sono state scritte: Armonia, Terze, Trillo, Melodia, Ribattuto, Progressioni, Due voci, Tre voci, Riepilogo. Rispetto alla Sonatina profana l’impostazione compositiva è d’impronta seriale e puntillistica, che però non perde mai di vista il discorso musicale che, seppur miniaturizzato, mantiene la discorsività e la presa emotiva.[1]

Piero Luigi Zangelmi (Torino 1927-Ameglia 2004) fu anch’egli docente presso il ‘Cherubini’, ma fu pure legato alla cultura torinese e da qui a quella francese, in specie simbolista; in una libertà quasi rapsodica seppe creare stati di stupore, utilizzando cellule melodiche, momenti sospesi; mise a punto una poetica del ‘suono blu’,[2] la quale si riferisce alla possibilità di sondare gli stati nascosti della nostra psiche, come in Blu 4 (1974) che comunica il senso di notturne attese, di un tempo spazializzato verso il silenzio. Il brano è costruito su una permutazione di episodi sonori che creano una struttura parabolica.

Giuseppe Bonamici (Pisa 1936-1978) si diplomò con Prosperi nel 1975 e nelle composizioni degli anni Settanta abbandonò la tonalità e si rivolse verso una personale e accurata scelta dei suoni, riprendendo il puntillismo narrativo proprio del suo maestro. I Tre movimenti furono iniziati nel 1968 e terminati nel 1976: il primo è agitato e nervoso, mentre il secondo è di carattere meditativo e il terzo impetuoso. Quando il vento racconta sulla antiche pietre (1976) è un lavoro che vede tre piccole varianti, ma sostanzialmente di poco conto e dimostra la fantasia poetica e la visionarietà di questo sfortunato compositore, morto troppo presto, ma che, soprattutto nelle sue ultime composizioni, come quelle proposte in questo cd, sa ben esprimere uno stile originale ispirato alla meditazione interiore.[3]

Anche Gaetano Giani Luporini (Lucca 1936) è stato docente al Conservatorio fiorentino, prima di diventare direttore di quello lucchese e questi ambienti caratterizzano il suo stile che, da una parte, riprende il senso della costruzione tipica della razionalità fiorentina mentre, dall’altra, esprime un senso elegiaco proprio al carattere dell’arte lucchese. A Firenze, Giani Luporini studiò con Roberto Lupi dal quale apprese i segreti dell’antroposofia e, infatti, la sua musica risente molto di quegli studi, come dimostrano anche i Nove Mantram (con la ‘m’ finale per una maggiore fonicità) che la Baldaccini più volte ha eseguito alla presenza del maestro, essi sono: Domanda, Anelito, Gravitazione celeste, Volere e libertà, Canto angelico, Vita nei cristalli, Memorie egiziane, Respiri intervallari, Verso la luce; già i titoli sono espliciti dell’universo spiritualistico a cui si riferiscono; la Baldaccini è molto attenta e partecipe a collegare i suoni fisici con ciò che oltrepassa l’uomo, in maniera religiosa (in senso etimologico ossia che collegano il mondo sensibile con quello sovra-sensibile). Giani Luporini intende il suono non come intervallo, secondo la concezione tradizionale, ma come entità, seguendo la lezione spiritualistica di Lupi, scrive il maestro: «I Mantram sono il risultato sofferto di meditazioni sulla tensione evocativa di alcuni intervalli, un interiore percorso di anamnesi cosmico-umana, alla luce di una rinnovata coscienza del Pensare-Sentire-Volere».[4]

Se l’omologazione è uno dei principali problemi della nostra (in)civiltà, dobbiamo essere grati alla Baldaccini per averci proposto queste musiche e averlo fatto con la partecipazione di mente e cuore, appassionatamente.

[1] Cfr. Renzo Cresti, Carlo Prosperi, GIMC, Lucca 1993.
[2] Piero Luigi Zangelmi, Il mio suono blu, Miano, Milano 1994: «Quel suono angosciosamente solitario che ci permette di indagare dentro di noi , non si tratta però solo di un suono, talvolta è un accordo o un inciso tematico. Perché blu? Perché è il colore degli stati onirici», pag. 34. A questa poetica del suono blu si riferisce la Baldaccini nelle fotografie presenti nel cofanetto.
[3] Cfr. AA. VV., Giuseppe Bonamici, a cura di Sergio Pernigotti, Giardini, Pisa 1987.
[4] In Renzo Cresti, Gaetano Giani Luporini, musica fra utopia e tradizione, LIM Antiqua, Lucca 2005.

Genesi dell'album

di Ilaria Baldaccini

Il Maestro Luporini mi invitò a casa sua nell’aprile 2016. Lui, artista poliedrico che mi aveva affascinato fin dai primi anni di studi. Un pianoforte nell’angolo del salone, i suoi quadri, che vedevo per la prima volta dal vivo, alle pareti. Ascoltò i miei, i suoi Mantram. Li riascoltò una seconda volta agli inizi di maggio, poi in più occasioni in concerto, notandone l’evoluzione. Mi suggerì di ripetere a piacimento le caselle indicate in partitura, a seconda degli effetti che volessi ottenere. Mi disse di sentirmi libera di vivere la sua musica, senza l’osservanza ossessiva del testo. Mi fece capire che quando un compositore affida un brano all’interprete il risultato che ne sortisce è molto diverso da quello che lui aveva in testa nel momento del concepimento e che ciò è normale: i suoni cambiano forma, perché mediati da una diversa anima. Quella libertà che lui mi ha imposto l’ho rispettata, nei Mantram, come nella musica degli altri autori che ho scelto per questo mio primo lavoro discografico. Ho cercato di attenermi a ogni valore scritto, a ogni pausa, a ogni dinamica e a incidere in modo estremamente fedele; poi ho inciso ancora, lasciandomi andare. Non poche volte ho preferito le seconde versioni, meno perfette, ma più vere.

 

La maggior parte dei brani di questo CD vive di lunghe vibrazioni e risonanze, è una musica che nasce dal silenzio, che galleggia su suoni evocati, che l’interprete è costretto a cercare scavando nel profondo di sé e da lì seguirli sino alla loro risoluzione o dissolvenza. Questo è ciò che mi ha fatto innamorare di questo repertorio.

Ho scelto di ritrarmi in copertina con un gomitolo blu. Blu: il colore dell’interiorità, della profondità dell’essere. Blu come il suono di Pier Luigi Zangelmi, da cui sono partita per poi inoltrarmi nella musica della seconda metà del XX secolo, come srotolando una matassa di lana. Un autore mi ha trascinato verso l’altro, in un viaggio di scoperta di cui questo lavoro è solo la prima testimonianza.

Questo disco fa parte di un progetto, che ho chiamato NOVECENTO 2.0, che ha come primo obiettivo quello di dar voce ad autori che non abbiano avuto abbastanza spazio nel panorama musicale italiano e internazionale, partendo dai compositori che appartengano al mio retroterra culturale, quello toscano, di cui ho raccolto le tracce durante i miei anni di studio ai Conservatori di Lucca e Firenze. NOVECENTO 2.0 vuole diffondere un repertorio, quello del Novecento e il contemporaneo, stigmatizzato come inaccessibile ai più. In questo primo anno di lavoro, grazie all’aiuto prezioso di alcune Associazioni e all’ inaspettato consenso del pubblico ho trovato il coraggio per continuare il mio percorso, di cui questo CD è solo una fotografia, l’impressione di un momento.